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Gianni Custodero

Wednesday, February 18, 2009

È MORTO IERI GIORNALISTA, POETA, SAGGISTA. AVEVA 73 ANNI Custodero, cuore e penna per la sua Puglia di RAFFAELE NIGRO La Gazzetta del Mezzogiorno 16/02/09 • Si è spento ieri Gianni Custodero. Era nato a Fasano nel 1936, ma viveva a Bari. Per tutta la vita ha coltivato l’amore e la riscoperta della Puglia storica, letteraria, tradizionale. Con questo spirito ha collaborato per decenni alla «Gazzetta»: alla famiglia le condoglianze di tutti noi. «Gianni non è capace di fare male a una mosca manco col picchietto», disse un giorno Vittorio Fiore parlando di Custodero, al quale lo legava la passione per il meridionalismo e per il socialismo. Si erano conosciuti al tempo in cui suo padre, Tommaso aveva scritto una prefazione alle Cronache provinciali di Gianni, un libro che si accostava alle indagini sociali condotte da Fiore nei Formiconi di Puglia. Una passione per il territorio e per i microcosmi regionali espressa dall’anno precedente in Fasano è così, e continuata poi in reportage, bozzetti paesani e studi appassionati di figure del panorama culturale pugliese, come La mia Puglia del 1969, La scuola di Notar Domenico del 1974, Gustavo Meyer Graz e Il Mezzogiorno tra Giolitti e il Fascismo entrambi pubblicati negli anni Ottanta. La posizione politica di Custodero era chiara, aveva come sponde il comunismo di don Tommaso e il cristianesimo di Moro, per il quale raccolse nel 1978 in un appassionato Ricordo le delibere regionali succedute ai tragici fatti di via Fani. Bisognava raccontare intanto la terra e la fatica, i braccianti, la cultura del vicolo e della miseria e insieme la bellezza della Puglia e soprattutto i suoi uomini, che l’avevano fatta ricca e fascinosa. Fedele a questa linea, Custodero è stato uno dei primi a occuparsi della letteratura di casa sua e nel 1982, sulla scorta di Michele Dell’Aquila, pubblica Puglia letteraria nel ‘900 con Longo di Ravenna. Entravano in quel volume le cronache letterarie di vent’anni, recensioni e tentativi di storicizzazione di una materia ancora calda e che la diceva lunga sulla passione prima dell’autore per gli scrittori e i poeti. Ma come sempre, la bonomia nasconde una propensione per la parte armata della storia, tant’è che Gianni coltivava un amore smodato per il brigantaggio postunitario, per il momento in cui il popolo tradito nelle attese si era ribellato. Ne sono testimonianza i volumi curati per Lorenzo Capone e distribuiti da alcuni quotidiani del Sud tra cui «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ne è testimonianza l’ultimo suo romanzo, Il mistero del brigante, storia di un eroe per caso nell’età postunitaria. C’erano Sciascia e Salvemini in quella trama, oltre a reminiscenze di testi che il giornalista e scrittore di Fasano ha masticato per anni. Gianni sosteneva di aver avuto tra mano uno scartafaccio scritto di pugno da Cosmo Rivolta, il protagonista del racconto, un piccolo resoconto. Rivolta era l’icona dei tanti contadini che si erano dati alla macchia e che avevano combattuto all’indomani della conquista del Sud, nella speranza della terra, ma invece di uccidere era rimasto ucciso, anzi era stato tacitato, come Ninco Nanco, da esponenti di famiglie borboniche, perché non parlasse delle trame antisavoia da costoro messe in atto. Con Gianni ebbi i primi approcci alla metà degli anni Settanta. Dirigeva insieme a Lino Angiuli per Nunzio Schena una collana di poesia, «Aggetti», nella quale trovavano asilo testi dialettali e in lingua. Fu lui a dare spazio alla raccolta di versi cegliesi A terra meje di Pietro Gatti. Allora lui dirigeva l’ufficio stampa della Regione Puglia,raccoglieva pazientemente le delibere, ne pubblicava degli estratti in quelle «Cronache della Regione Puglia» che fu continuata poi da Angelo Di Summa. Si era trasferito a Bari da Fasano, dove era nato nel 1936 ma non aveva mai perso i contatti col suo territorio dove tornava d’estate. Gli piaceva scrivere versi, affiancare al tarlo del giornalista attento alle cronache dell’emigrazione e del lavoro la narrativa e la saggistica storica. Come poeta, un poeta vicino all’impegno politico di Scotellaro e Vittore Fiore, amava anche la metafora barocca di Bodini, dal giovanile Quando c’era la luna buona (1969) a Ritrovarsi uomo (1975), una raccolta che Adolfo Grassi, altro amico della Valle d’Itria, aveva illustrato, a Per rispondere coi pugni e alle poesie dialettali di Pane y pemmedaure (1978). Il narratore amava raccontare storie realistiche e di denuncia ambientate sul territorio. Tale è Il ragazzo di Melfi del 1971 e ancora di più Il mistero del brigante. Denuncia che diventa ammissione di sconforto quando Custodero, nel 1997, dopo una vita trascorsa all’ombra dell’Ente Regione raccoglie le proprie convinzioni ultime in un’analisi impietosa e lapidaria, Le regioni, un fallimento all’italiana.

Pubblicato da ahiceglie | Commenti (1)

Tags: gli articoli

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