Blogstar - RSS http://feedraider.com/rss-feed/h6tqc/ Lifestream (23/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/vGBP5zrAnos/ RT @LucaBizzarri: Va bè…vado in teatro. Vi lascio questi due maestrihttp://www.youtube.com/watch?v=UeaCs2P3DXc&feature=related… http … [gianlucaneri] Io non vi sopporto, sappiatelo (e lo fate soprattutto voi macchisti), quando zappate sulla tastiera dei vostri… http://ff.im/-bQN20 [gianlucaneri] Lo dico con il massimo rispetto per il loro lavoro, avendolo fatto anche io per Lost, parecchio tempo fa, ma è per… http://ff.im/-bQNFc [gianlucaneri]

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Mon, 23 Nov 2009 00:26:07 GMT
Lifestream (22/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/o9f-mq22r5w/  Senta, sa cosa le dico? Va bene. Gli dia la teiera. Io mi prendo il pianeta nano e la finiamo qui. Salutiamolo,… http://ff.im/-bOewm [gianlucaneri] Ma mettiamo che uno si sia procurato l’elenco telefonico di mezza Hollywood… che se ne fa? Gli scherzi telefonici? http://ff.im/-bOi1e [gianlucaneri] -7 capitoli. http://ff.im/-bOnRe [gianlucaneri]

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Sun, 22 Nov 2009 00:26:06 GMT
Lifestream (21/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/GpgTmM_oLNA/ Placanica innocente: è stato un sasso a deviare l’uccello. http://ff.im/-bLpAN [gianlucaneri] Stasera colmiamo la mancanza (ignorare Pixar dovrebbe essere reato) e andiamo a vedere UP in 3D. http://ff.im/-bLuI1 [gianlucaneri]

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Sat, 21 Nov 2009 00:26:02 GMT
TheClassifica 91 – Un decennio che va, I NOMI che restano. Forse. http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/n_9_nfAyRJ8/ (di Paolo Madeddu)

Come state? Bene? Peccato il tempo, vero? D’altra parte è novembre, no? Ricordate novembri leggiadri? Da November Rain, al Novembre della Giusy – ma va bene, basta conversazione, entriamo in fase esclamativa. La settimana scorsa promisi che avrei esclamato urbi et orbi i gruppi o cantanti del decennio, in virtù di un personale rifiuto di considerare ancora rilevanti gli album. Ma prima, è mio dovere istituzionale declassificare la classifica partendo con Michael Jackson, che si conferma n.1. E già lui, per quanto mi riguarda, è il personaggio rilevante di quest’anno. Cosa che pone la prima di tante questioni metodologiche: i gruppi e cantanti del decennio devono essere venuti fuori in questo decennio? E se sono venuti fuori nel 1998? Se esistono dal 1991 ma non sono stati rilevanti fino al 2002? Cosa fare ad esempio di Robbie Williams (n.2), per cui ho un piccolo debole, secondo me fece il più britpop dei dischi con il suo album d’esordio (Life through a lens) e ha sempre fatto un mainstream ambizioso – fermo restando che dal vivo è capace di fare un bailamme che non vi aspettereste. Al n.3 entra Mario Biondi, che come previsto sopravanza il suo competitor Michael Bublè (n.5) ma anche Alessandra Amoroso (n.4). Scendono a occupare le posizioni dalla 6 alla 10 Carmen Consoli, Mina, Sting, Madonna, Renato Zero. Con l’immediata uscita di Elio & le Storie Tese (n.11), nella top 10 (che perde anche Noemi) non c’è più nessuna band, italiana o straniera. Storicamente, l’italiano che compra i dischi non ha mai amato le band (l’italiano è un rissoso, irascibile, carissimo individualista). Non ce la fa nemmeno una finta band come Bon Jovi (n.13, nuova entrata). Al n.18 entra in classifica molto basso Lucio Dalla (non voleva essere una battuta. Però se vi ha fatto un po’ ghignare, fate conto che lo fosse. Certo è un po’ una vis comica alla Carlo Conti). Ingressi bassi, forse troppo per trarre conclusioni (magari è solo una data di uscita penalizzante) anche per Giovanni Allevi (n.17) e Giuliano Palma (n.28). Per non parlare del n.33 di Alex Britti.

Britti ce lo siamo ritrovati tra capo e collo a partire dal 1998. E’ uno dei nomi che hanno caratterizzato il decennio in modo decisivo? Nel 2034, quando – Maya permettendo – penseremo agli anni 00, ci verrà in mente insieme a un altro pugno di nomi? E’ difficile crederlo, ma non si sa mai come vanno queste cose. Oggi nessuno cita i Cure tra i gruppi che hanno giganteggiato negli anni 80. Piuttosto si citano gli Heaven 17 – suonavano i synth, avevano i capelli strani, erano quelli gli anni 80, no?

(avete apprezzato Britti usato come ponte verso l’argomento successivo?) (un bridge) (no, un brittge)

Perciò, come procedere per questa cosa dei nomi del decennio? Con Wikipedia? Con le copertine di Rolling Stone e XL e del Mucchio? O con quelle di Q e Mojo? Con gli Mtv o Grammy Awards? Sì, dovrei fare in questo modo, per essere grossolanamente oggettivo.

Solo che ora non ho tempo.

Per cui, ora vi beccate i MIEI nomi del decennio.

(ché tanto, siamo qui al barre a far chiacchiere, mica abbiamo le gravi responsabilità di una rivista musicale)

Allora, le mie nomination per i Musicisti Degli Zeroes Che Potete Citare A Chi Vi Dice Che In Questo Decennio Nella Musica Non E’ Successo Niente vanno in ordine sparso e non necessariamente di gradimento (a partire dal primo nome, che a casa mia non sentirei manco per isbaglio) a

Wilco, Strokes, Arcade Fire, Jay-Z, Sigur Ros, Shakira, Mars Volta, Neko Case, Christina Aguilera, Bloc Party, Kings Of Leon, Bob Sinclair, Death Cab For Cuties, David Guetta, Kaiser Chiefs, Alicia Keys, Interpol, Sufjan Stevens, Timbaland, TV On The Radio, Aimee Mann, Libertines, Lily Allen, Bright Eyes, Outkast, Bat For Lashes, Scissor Sisters, Beyoncè (…e per forza), N.E.R.D., Arctic Monkeys, Tiga, Muse, LCD Soundsystem, Kasabian, Evanescence, Gomez.

(che lascio per ultimi per ribadire l’ansia della premessa metodologica: ho ben presente che l’album di debutto è degli anni 90, ma non so come risolvere questo tipo di cosa. Ditemi voi)

Immagino di aver dimenticato qualcuno – omissioni anche gravi, magari (spero di no, ma chiaramente accetto input). Altri li ho tralasciati con bieco disdoro. Killers, CatPower.

Ma ehi, fermi. Non manca qualcuno di GROSSO?

Ovvio che sì. Non dimentico i sette nomi che seguono. Li riservavo per la scena finale tipo il tirannosauro in Jurassic Park. I sette che stanno per arrivare sono i più importanti di tutti.

Non pretendo condividiate. Dico solo che Nella Mia Umile Opinione questi sono gli ingredienti col sapore più spiccato della grande torta. Non credo valga la pena dare più spiegazioni di così. E’ davvero una mia impressione personale. Ovvero:

Coldplay gruppo del decennio, con Amy Winehouse, White Stripes, Franz Ferdinand, Justin Timberlake, Linkin Park, Black Eyed Peas a fare il resto della partita.

Ho finito.

Mancano i nomi italiani. Ma già qui c’è abbastanza roba per cominciare la chiacchierata. Avanti, dite pure. Siamo qui per divertirci. Finché i Maya ce lo consentono.

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Fri, 20 Nov 2009 03:34:20 GMT
Che scriverebbe Travaglio di Travaglio ? http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/f-dYlT6Uq6o/ (di Filippo Facci)

I due moraleggiatori di Annozero, Antonio Ingroia e Marco Travaglio, ci imbastirebbero istruttorie e libri da tregenda. Di recente è stato Travaglio a scrivere la prefazione del volume di Ingroia «C’era una volta l’intercettazione», Stampa Alternativa 2009: che è un titolo invero beffardo, vista la storia che andiamo a raccontare.

Eccola.

Nei primi anni Duemila il pm Ingroia e il maresciallo Giuseppe Ciuro sono due amiconi, nessun dubbio su questo. I due dividono la stanza dell’ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia palermitano e d’estate affittano due villette al mare l’una affianco all’altra. Il maresciallo Ciuro gode di fiducia sconfinata: è l’uomo che indaga su Marcello Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest, è colui che il 26 novembre del 2002 compartecipa con Ingroia all’interrogatorio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi dopo aver vergato personalmente un’informativa su di lui, ha pure deposto al processo Dell’Utri per ben sei udienze sostenendo che un nipote di Tommaso Buscetta fosse stato socio di Fininvest.

Altro buon amico è quel Marco Travaglio, un bravo ragazzo torinese che nel marzo 2001 aveva combinato un pasticcio alla trasmissione «Satyricon» di Daniele Luttazzi: l’allora misconosciuto giornalista aveva rispolverato le accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri quali «mandanti esterni» della strage di Capaci (anche se la Procura di Caltanissetta aveva fatto richiesta d’archiviazione un mese prima della trasmissione) e poi aveva enfatizzato alcuni documenti redatti dall’ispettore della Banca d’Italia Francesco Giuffrida circa l’origine dei capitali Fininvest (anche se il medesimo smentirà i suoi stessi documenti in sede giudiziaria).
Ingroia e Ciuro e Travaglio, nell’agosto 2003, sono sufficientemente legati tra loro da passare le vacanze insieme nel residence Golden Hill di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo. Già l’estate precedente il maresciallo Ciuro, detto Pippo, aveva spedito l’amico Marco all’hotel Torre Artale di Trabia: così anche quell’anno, ad Altavilla, le rispettive famiglie si ritrovano a sguazzare a bordo piscina e a giocare a tennis e a scambiarsi piccoli favori; quando Travaglio aveva raggiunto il villino, per dire, lo aveva trovato disadorno e ne aveva subito informato l’amico maresciallo: ci aveva pensato la signora Ciuro a prestare ai Travaglio cuscini, stoviglie, pentole e una caffettiera.

Pippo Ciuro è proprio un amico. All’amico magistrato, che al telefono chiama «il Professore» o «il dottore», ha procurato anche l’impresa che sta ristrutturando un vecchio casolare che il padre di Ingroia possiede a Calatafimi e per il quale ha ricevuto un finanziamento in virtù della legge per il terremoto del Belice: che risale al 1968, ma in Sicilia va così. Ingroia ne parlerà al telefono anche col proprietario dell’impresa, certo Michele Aiello: e quel giorno chiede a che punto sono i lavori, parlano di mattonelle e di tramezzi, muri, di colori, di tempi. L’ingegner Aiello è rassicurante.

Sembra una storia come un’altra: e però già allora, e da prima di allora, il maresciallo Giuseppe Pippo Ciuro è una spia della mafia; il pm Antonio Ingroia, cioè, aveva condotto intere istruttorie per mafia affidando le indagini a un maresciallo che passava informazioni a un prestanome di Bernardo Provenzano, Michele Aiello; e anche durante quella vacanza ad Altavilla, con Travaglio e Ingroia, il maresciallo Ciuro stava commettendo il reato di favoreggiamento a vantaggio di Michele Aiello, mafioso, uomo chiave dell’indagine sui rimborsi d’oro alle cliniche nonché braccio destro, come detto, del boss Provenzano: trattasi di «Fatti commessi in Palermo ed altrove fino al mese di ottobre 2003». E chi era, come visto, questo Michele Aiello? E’ l’uomo che stava ristrutturando il casolare di Ingroia e con cui il magistrato s’intrattenne pure al telefono: precisamente il 28 febbraio 2003, ore 9.36. «C’era una volta l’intercettazione», ha titolato Ingroia il proprio libro. E c’è ancora, l’intercettazione. E non solo quella: Ingroia col mafioso Michele Aiello ci ha pure cenato, l’ha ammesso lui.

Ciuro è stato arrestato per con corso in associazione mafiosa il 5 novembre 2003, circa due mesi dopo la vacanza cogli amici Travaglio e Ingroia: sarà definito «figura estremamente compromessa col sistema criminale» prima di essere condannato dalla corte d’Appello a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento e violazione di segreti informatici. L’indagine era stata condotta dai pm Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo, non propriamente amici di Ingroia nel complicato giro giudiziario palermitano. E’ la stessa indagine per cui sarà condannato Totò Cuffaro e che tirerà in ballo vari altri politici della Regione, compresi l’ex presidente Giuseppe Lumia e altri deputati come Domenico Giannopolo dei Ds e Andrea Zangara della Margherita. Per Ingroia fu uno smacco sconcertante: avvertito solo da un certo punto in poi, aveva ritenuto di dover proseguire ad avvalersi dei servigi di Michele Aiello ufficialmente per non insospettirlo. In pratica il mafioso Aiello gli ha ristrutturato casa, da quanto inteso: ma per fini istruttori. Ingroia avrà modo di parlare di Ciuro il 17 maggio del 2004, durante il processo Dell’Utri: dirà che le sue indagini erano state comunque «ben fatte, dando un valido apporto».
Altri faranno a gara per spiegare che Pippo Ciuro non contava niente. Il pm Antonio Gozzo, sodale di Ingroia, a processo lo definirà «’n'aranci ‘i terra», un’arancia caduta dall’albero e da raccogliere coi piedi. Eppure era il maresciallo più amato dall’antimafia: tanto che il senatore diessino Massimo Brutti, consigliato proprio da Ingroia e da Gian Carlo Caselli, aveva raccomandato Ciuro affinché entrasse nel Sismi. Lo stesso Brutti ha ammesso la circostanza, sostenendo che il maresciallo gli era stato presentato da magistrati integerrimi.
E Travaglio? Data la sua funzione ventriloqua, leggere i suoi libri equivale a conoscere il pensiero di Ingroia, in questo caso. Nel libro di Marco Travaglio e Saverio Lodato «Intoccabili» (Bur Rizzoli 2005) il curriculum di Ciuro è condensato in due righe: fu «in servizio con Falcone» e lavorò «con il Pm Ingroia che l’ha impiegato nell’ultima fase delle indagini su Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest». Nello stesso libro, Travaglio si spinge poi a dire che «I due marescialli (Ciuro e Giorgio Riolo, altra talpa, ndr) sono talpine. Manca la talpona». Come sempre. Nel libro ci sono anche feroci critiche a Piero Grasso, il procuratore che ha sostituito Giancarlo Caselli a Palermo: «Assodato il ruolo di talpe di Ciuro e Riolo, perché gli inquirenti li hanno lasciati circolare indisturbati per mesi negli uffici della Procura?». E poi: «Perché non si sono informati subito i pm più vicini a Ciuro per limitare i danni che le sue soffiate potevano arrecare alle loro indagini?». Il pm più vicino a Ciuro era Ingroia, e i quesiti parrebbero quasi posti da lui. Invece sono posti da Travaglio, legatissimo a Ingroia. Dulcis in fundo: il procuratore Pietro Grasso scriverà al Corriere della Sera accusando Travaglio e Lodato di fare «disinformazione scientificamente organizzata». E’ tutto nero su bianco. Nello stesso libro, Travaglio parla di Totò Cuffaro e scrive che «Il governatore conosceva Ciuro»: anche se forse non ci andava in vacanza ad Altavilla. Infine, nel volume, mai così soft, si precisa che «Ciuro si limitò a qualche intrusione nel computer della Procura e a qualche millanteria per farsi bello con il ricco imprenditore. Il grosso lo fece Totò». Lo dice Travaglio.

Il quale Travaglio, come in parte è noto, non ne è uscito benissimo: ma principalmente per colpa sua. All’inizio dell’estate 2008, infatti, si ritrovò vittima dei suoi stessi metodi: dopo aver accusato Renato Schifani d’aver frequentato delle persone poi inquisite per mafia 18 anni dopo (circostanza nota e chiarita da tempo, ma rilanciata come una primizia che gli altri giornalisti corrotti non raccontavano) Travaglio improvvisamente diventava ufficialmente il frequentatore di una persona che, pochi mesi dopo quella vacanza e non 18 anni dopo, era stata arrestata per favoreggiamento.

E qui, forse, c’era da riflettere su un certo modo di fare informazione e di come troppo facilmente ti si possa ritorcere contro. Invece, a complicare tutto, è piovuta un’accusa improbabile rilanciata da Giuseppe D’Avanzo di Repubblica: che l’intera vacanza di Travaglio fosse stata pagata dal succitato mafioso Michele Aiello. L’avvocato di quest’ultimo, Sergio Monaco, oltretutto confermò l’accusa al Corriere della Sera: «Posso solo dire che l’ingegner Aiello conferma che a suo tempo fece la cortesia a Ciuro di pagare un soggiorno per un giornalista in un albergo di Altavilla Milicia. In un secondo momento, l’ingegnere ha poi saputo che si trattava di Travaglio». Non risulta che Travaglio abbia querelato, ma fa niente. Io sinceramente penso che D’Avanzo abbia rilanciato un’immensa cazzata: Travaglio secondo me non sospettava minimamente che Pippo Ciuro fosse una talpa, se non una talpa a disppsizione di giornalisti tipo lui. Ho conosciuto Travaglio quanto basta per escludere ogni ambiguità a riguardo. E’ decisamente improbabile e logico, così pure, che Antonio Ingroia non sapesse di condividere l’ufficio e le ferie con la talpa di un favoreggiatore di Bernardo Provenzano. Il punto è che Travaglio ha fatto di tutto, di lì in poi, per veicolare la discussione su questa faccenda del pagamento della vacanza – industriandosi su assegni e matrici e cazzate da magistrato che non è, e vorrebbe essere . anziché concentrarsi sul dato pacifico che riguarda le frequentazioni sue e di Ingroia.

Travaglio conobbe Ciuro a Palermo, quando quest’ultimo lavorava alla polizia giudiziaria antimafia: dopodichè, come detto, fu appunto lui che nel 2002 gli consigliò un hotel di amici suoi a Trabia, e l’anno dopo un residence di Altavilla Milicia, il Golden Hill. Travaglio, pur non richiesto, furibondo, ha mostrato tutte le ricevute del caso: i pagamenti per le vacanze dell’agosto 2002 all’Hotel Torre Artale (fotocopia dell’assegno ed estratto conto della carta di credito) e poi l’assegno dell’anno dopo, pagato alla poprietaria del villino dove aveva soggiornato con la famiglia. In quest’ultimo caso pagò molto poco, ma l’anno prima era stato un salasso: «Al momento di pagare il conto», ha scritto Travaglio, «mi accorsi che la cifra era il doppio della tariffa pattuita: pagai comunque quella somma per me esorbitante e chiesi notizie a Ciuro, il quale mi spiegò che c’era stato un equivoco e che sarebbe stato presto sistemato, cosa che poi non avvenne». In altre parole gli chiese uno sconto. Invano.

Il perché non avvenne è chiaro. Infatti l’assegno del 2002 pubblicato da Travaglio (che l’ha messo in rete) ha sul retro, a ben guardare, una girata fatta col timbro della Santa Margherita srl: una società, basta verificarlo, che era in amministrazione giudiziaria per mafia. Il residence dove stava Travaglio, cioè, era sotto sequestro dal 2000 contestualmente all’arresto del costruttore Rosario Alfano, processato per concorso esterno e riciclaggio. Per il riciclaggio Alfano è stato assolto, con conseguente restituzione dei beni; per il concorso esterno in associazione mafiosa, invece, è stato condannato a sei anni in primo grado. Nel complesso, Travaglio è stato quantomeno sfigato. Sfortuna volle, cioè, che abbia soggiornato in un albergo mentre questo era posto sotto sequestro per vicende di mafia; sfortuna volle che a consigliarglielo sia stato un tizio successivamente condannato per favoreggiamento questo Ciuro che gli aveva parlato di un hotel di amici suoi; sfortuna volle, infine e logicamente, che Travaglio sia infine incappato non nei proprietari dell’hotel già amici del suo amico (quelli che avrebbero potuto fargli uno sconto, tutti condannati per mafia) ma in un commissario giudiziario. Chiaro che l’amico Ciuro non sia riuscito a sistemare il problema del conto: aveva a che fare con un Amministratore Giudiziario. Travaglio pagò una cifra attorno ai dieci milioni di lire, e Ciuro in effetti non potè farci nulla: ma ecco, gli consigliò la vacanza dell’anno dopo.

Per quella vacanza, Travaglio, vergò un altro assegno – numero 303198299, in data 21 agosto 2003 – per un importo complessivo di 1000 euro. Per un villino. Per una vacanza. Di dieci giorni. Per lui e per tutta la famiglia. Vabbeh.

Preso da sacro foco, il 13 ottobre scorso, Travaglio ha scritto sul suo blog:

«Dopo lunga attesa sono riuscito a entrare in possesso dell’assegno con cui pagai il mio soggiorno di 10 giorni nel residence Golden Hill di Altavilla Milicia (Palermo). Pubblico anche questo, cancellando per motivi di privacy il nome del beneficiario… Lo faccio anche perché diversi topi di fogna berlusconiani, su giornali, siti internet, blog e in dichiarazioni pubbliche alle agenzie di stampa, hanno continuato per un anno a insinuare o ad affermare che io mi sia fatto pagare le ferie da altri, addirittura da “mafiosi” e che, dunque, io non possa avere le prove di aver pagato. Eccoli dunque accontentati. Io non ho mai avuto il dispiacere di conoscere il signor Aiello, né il suo avvocato. E questo è l’assegno da 1000 euro con cui pagai quei dieci giorni di ferie ad Altavilla Milicia. Ora chi vuole può tranquillamente vergognarsi per avermi calunniato».

E chi sarebbero questi «topi di fogna berlusconiani»? Non si capisce. D’Avanzo? L’avvocato di Aiello, Sergio Monaco? Io no di sicuro, visto che sul tema ebbi semplicemente a scrivere il 24 settembre 2008: «Si può credere che di certa mafiosità dei suoi interlocutori Travaglio non avesse la minima conoscenza. Nessun personale dubbio, su questo».

La fortuna di Ingroia e Travaglio, al solito, è quella di non avere un Ingroia e un Travaglio che si occupino di loro. Io scriverei solamente che sono stati degli incauti e che forse restano poco titolati a puntare il dito contro le frequentazioni altrui; Travaglio, invece, è quello che ha puntato il dito contro la seconda carica dello Stato, Renato Schifani, perché aveva frequentato delle persone che 18 anni dopo sono state inquisite per mafia. Lui che, con Ingroia, si tuffava in piscina con un personaggio che solo due mesi dopo sarebbe stato arrestato per associazione mafiosa. Immaginarsi che cosa scriverebbe di se stesso.

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Fri, 20 Nov 2009 00:47:25 GMT
Francesco Di Gesù, da Twitter http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/uYJXB7qTPzQ/ (di Gianluca Neri)

Battisti estradabile: l’ultima parola a Mogol.

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Thu, 19 Nov 2009 08:40:02 GMT
L’avvocato del Diavolo http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/EtkiPFPfqAw/ (di don Diego)

Quella che segue è la trascrizione di un dialogo del famoso film con Al Pacino. Lo dico solo perchè qualcuno non creda che abbiamo pubblicato un’intercettazione tra Ghedini e Berlusconi.

- Perché la legge, perchè gli avvocati, perchè la legge?

- Perché la legge bambino mio ci da accesso a tutto quanto; è il supremo biglietto omaggio, è il nuovo sacerdozio. Tu lo sai che ci sono + studenti alla facoltà di legge di quanti avvocati popolino la terra? Stiamo arrivando! Con le armi in mano… per tutti noi, assoluzione dopo assoluzione dopo assoluzione..
Finchè il puzzo di tutto questo arrivi così in alto in cielo da farlo soffocare tutti quanti quelli lassù!

- Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso! Non è così?

- Perché no! Io sto qui col naso ben ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi, ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato e sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato nonostante le sue maledette imperfezioni! Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista… probabilmente l’ultimo degli umanisti. Chi sano di mente Kevin potrebbe mai negare che il ventesimo secolo è stato interamente mio? Tutto quanto Kevin! Ogni cosa! Tutto mio! Sono all’apice Kevin! È il mio tempo questo! È il nostro tempo!

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Wed, 18 Nov 2009 22:05:04 GMT
Come Tonino continua a far ballare il Pd. http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/K9jvilpy3Q8/ (di Filippo Facci)

Tutto già visto. Di Pietro, ieri l’altro: «Il 5 dicembre scendiamo in piazza per manifestare contro le politiche di questo governo. Chi non sarà con noi sarà alla stregua del governo Berlusconi: il Pd si tolga il cappello da primo della classe e venga in piazza come tutti noi». La risposta di Bersani: «Lezioni di antiberlusconismo non le prendiamo da nessuno, il più antiberlusconiano è quello che riesce a mandarlo a casa, non quello che grida di più… il Pd non sta in mezzo, fa la sua strada e ha la sua idea che annunceremo la settimana prossima». Intanto il blog dei Giovani democratici era preso d’assalto: alla manifestazione del 5 dicembre – era il commento medio – bisogna andarci. Tutto già visto. E’ da quasi due anni che Antonio Di Pietro fotte consensi al Partito democratico con questa storia dell’opposizione unica che attrae l’area più movimentista del partito, tipicamente i più giovani, i blogger, quelli a metà tra Beppe Grillo e la sanità mentale. E’ da almeno due anni, pure, che il Pd non riesce a scrollarsi dai polpacci questo botolo mordacchiante, questo cane da guardia che non ha mai smesso di abbaiare per tutto il tempo – un’invenzione di Walter Veltroni – e ancor più spesso ha fregato la bistecca politica dal piatto di ogni rinnovato leader del Pd: Walter, Enrico o Pierluigi davanti e Antonio di dietro, una facciata di understatement e un retroscena manettaro. E’ l’opposizione degli ultimi due anni.


Ed è il peccato originale veltroniano.

Ricapitoliamo. Antonio Di Pietro e Walter Veltroni si incontrarono il 10 febbraio 2008. Tempo tre giorni e avevano raggiunto un accordo per le elezioni di aprile. Disse Tonino:

«Con Veltroni abbiamo fatto un accordo non solo elettorale, ma programmatico, politico e progettuale…. un percorso che porterà alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito… e nel confluire in un unico gruppo parlamentare all’indomani delle elezioni. Questo per rimarcare l’impegno preso e per rimanere uniti ora e dopo»

Sembrava una cosa seria. Doveva esserlo, se Veltroni aveva detto «correremo da soli» e poi aveva accettato di imparentarsi solo con Di Pietro, lasciando fuori i radicali e i socialisti.

Altre fonti sono ancora più chiare, è sempre Di Pietro a parlare:

«Da questo percorso comune si avvierà anche un percorso verso un’unità di intenti e di partiti… Al momento non è previsto alcuno scioglimento del partito, ma dopo le elezioni l’Italia dei Valori creerà un unico gruppo con il Partito Democratico con l’obiettivo finale di confluire nel Pd»

Unico gruppo. Confluire. Le parole erano quelle, tanto per chiarire che cosa non gli passerà neppure per l’anticamera del cervello.

L’accordo comunque prevedeva che l’Italia dei Valori si sarebbe presentata al voto con il proprio simbolo e con la propria lista, in pratica si trattava di una mini coalizione che sottoscriveva uno stesso programma e appoggiava la candidatura di Veltroni a premier. Dopo le elezioni sarebbe stato fatto un solo gruppo parlamentare. Lo si ripete per la terza volta perché fu ripetuto anche allora:

«Con noi Veltroni può vincere e governare bene, senza pugnalate alle spalle… Saremo alleati fedeli che si batteranno per dare un forte segnale di cambiamento alla politica italiana… Abbiamo sottoscritto un programma con il Pd e per noi quel programma è il Vangelo, e io il Vangelo sono abituato a rispettarlo»

Passavano solo cinque giorni e il Di Pietro due cominciava a smarcarsi:

«Non scioglierò l’Italia dei Valori e non ho mai detto una cosa del genere. Questo non significa che non formerò un unico gruppo elettorale del Pd, con il quale ho fatto un’alleanza oltre che elettorale anche politica»

Si potrebbe anche chiuderla qui, com’è finita è noto. Di Pietro – si disse – era lo spauracchio che doveva tenere sottotraccia i grillisti e i forcaiolisti del Paese, l’antipolitica, queste cose. Neanche mesi dopo, a Pd già vampirizzato, Veltroni darà segni di ravvedimento: «L’alleanza con Di Pietro avrebbe accresciuto la nostra competitività elettorale… Aver costretto Italia dei Valori a una convergenza su un programma avrebbe fatto sparire dalla campagna elettorale il vecchio antiberlusconismo, che non ci avrebbe giovato… Se Di Pietro fosse rimasto fuori dell’alleanza, avrebbe usato in campagna elettorale i toni che lo hanno caratterizzato nei mesi successivi…. Per questo non sono pentito della scelta che ho fatto»

Persiste l’impressione di aver visto dei film diversi. Nella sala in cui Veltroni non c’era, in marzo e aprile, proiettarono un cortometraggio in cui Di Pietro si tenne ben stretto l’antiberlusconismo e lo usò anche contro il Partito democratico. I toni preelettorali e postelettorali non parvero divisi dall’Himalaya.

In compenso Di Pietro era un boccone che non tutti gli elettori del centrosinistra erano disposti a ingoiare. Qualche mugugno, straripante sul web, lo rappresentò bene Luca Sofri sul suo blog Wittgenstein, peraltro tirando una stoccata anche all’amico Giuliano Ferrara che aveva appena presentato la lista «Aborto? no grazie»: «Con le mail che arrivano contro l’apparentamento del Pd con Di Pietro», scrisse, «potrei convincermi a partecipare alle elezioni con una lista mia: Nando Pagnoncelli mi dà l’otto per cento».

La descrizione di come Di Pietro si comportò successivamente, a questo punto, diviene ridondanza. Un solo esempio. Veltroni, come appariva logico, chiese a Di Pietro di non ricandidare nelle sue liste chi era rimasto fuori da quelle del Pd. Di Pietro invece chiese a Veltroni di non ricandidare nel Pd chi avesse già fatto tre legislature, come chiedevano i grillini e come l’amico Walter aveva in parte già fatto. L’accordo fu siglato. La parola era quella di Di Pietro. Veltroni non ricandidò per esempio Giovanni Paladini, Renato Cambursano e Giuseppe Giulietti. Dopodiché Di Pietro andò da ciascuno di loro e gli offrì di candidarsi con l’Italia dei Valori. Diverranno suoi parlamentari e lui ridiscenderà nelle piazze a raccogliere firme contro i parlamentari con più di due legislature.

L’idea di Veltroni di non ossessionarsi sull’avversario – addirittura spingendosi a non nominarlo – convinse Tonino che era maturo il momento di ergersi a «unica opposizione». Sulla grande stampa, a pochi giorni dal voto, già dettava l’agenda di governo: «In caso di vittoria del centrosinistra, come primo punto, l’Italia dei Valori porrà il nodo incestuoso di Rete4». Solo agli sgoccioli della campagna elettorale Veltroni provò a dirglielo: «Si parla con una voce sola». Di Pietro quasi non l’aveva sentito: «Su Cavaliere faccio quel che mi pare».
L’Italia dei valori, alle elezioni, beccò il 4,4 per cento alla Camera e il 4,3 al Senato, non raddoppiando l’esito del 2006 ma quasi. In Molise Di Pietro superava anche il Partito democratico. Dopo il voto, lasciò subito intendere che a confluire del Partito democratico non ci pensava neanche. Figurarsi il fare un gruppo unico: aveva subitop lasciato intendere che un gruppo comune, al minimo, avrebbe dovuto avere le diciture «Italia dei Valori» e «Partito democratico» sullo stesso piano dignitario. Di Pietro ci costruirà su tutto un ragionamento: «È vero, l’accordo prevedeva la confluenza in un unico gruppo… La sua mancata realizzazione fu una scelta tacitamente condivisa». Condivisa. Veltroni la farà più semplice: «Visto che aveva i deputati per fare un gruppo da solo, Di Pietro non ha esitato a stracciare un impegno preso con gli elettori». Fine.
Avere dei gruppi propri alla Camera e al Senato significava rimborsi e benefici come segreterie, portaborse, consulenti e uffici. Facevano un altro milione di euro all’anno più i soldi per assumere una ventina di persone, uno ogni tre eletti.

«Unica opposizione», di lì in poi, si tradurrà nella sistematica denuncia di un Berlusconi generico corruttore – more solito – e poi nel giochino ricattatorio delle manifestazioni. L’Idea la scippò a Micromega: si annunciava la «Giornata per la giustizia contro le leggi vergogna» (No Cav day) e Di Pietro se ne impossessò subito, cominciò a emanare comunicati, stampare manifesti, produrre bandiere. Veltroni declinò con decisione, ma per non sembrare uno stoccafisso sarà costretto a inventarsi una manifestazione autunnale. L’appuntamento di Piazza Navona, l’8 luglio successivo, finì con gli attacchi di Sabina Guzzanti al Papa e di Beppe Grillo al Capo dello Stato. Intanto un sondaggio dell’Espresso diceva che Di Pietro era «il più attivo nell’opposizione a Berlusconi» secondo il 44 per cento degli intervistati. A Di Pietro il giochino piacque. Dirà Veltroni: «Se avessi portato il Pd in quella piazza, oggi saremmo un cumulo di macerie… Di Pietro scelga con chi stare: se con noi o con Grillo e Travaglio, con la piazza che insulta. Lo dica». E Tonino lo disse: «Non mi dissocio dalla piazza, l’errore è del Pd, che ha aperto a Berlusconi».

Quello che a lui interessava era celato in una ricerca commissionata all’Ipso di Renato Mannheimer: diceva che il 48,8 per cento degli elettori del Partito democratico aveva approvato la manifestazione di Piazza Navona e che oltre il 30 per cento degli italiani la pensava allo stesso modo, quale che fosse il partito di riferimento. A quel punto la convergenza col Pd divenne definitivamente una comica: Veltroni diceva che in Italia non c’era un regime, Di Pietro parlava di «moderna dittatura». In Abruzzo, Veltroni auspicava un’alleanza paritaria, Di Pietro voleva imporre un suo candidato. Circa la manifestazione organizzata da Veltroni a Roma per il 25 ottobre, Di Pietro rispose: «Noi non andiamo al seguito di nessuno».
Il 20 ottobre definiva Veltroni «patetico e ridicolo» e però confermava che sarebbe andato alla manifestazione del 25. Non fosse chiaro, non l’avevano neppure invitato.
Tutto il resto è roba recente. Altre manifestazioni, altri inviti, altri ricatti, Di Pietro che alle Europee arruola una serie di intellettuali vegliardi e abbandonati dal Pd, poi lo spoglio delle schede – 4 giugno 2009 – ed esiti che tutti sospettavano sapevano da tempo: l’Italia dei Valori raddoppiò i voti (7,98 per cento, il doppio o quasi rispetto alle politiche del 2008) e circa il 50 per cento dei voti risultarono smembrati dal Partito democratico. Pur in difficoltà, Di Pietro sta solo proseguendo il lavoro.

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Wed, 18 Nov 2009 19:40:35 GMT
Papao Meravigliao http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/xAptxA6zZIE/ (di Jonkind)

Al vertice FAO che si sta tenendo a Roma, deludente nella misura in cui non ci saranno impegni concreti di finanziamento da parte dei paesi membri (ricchi o poveri che siano), è arrivato puntuale il flame del capo della chiesa cattolica, Benedetto XVI, con il discorso introduttivo nella mattinata di lunedì. E come poteva non essere? Quando si parla della fame del mondo, dei poveri, dell’Africa: argomenti che da anni stanno a cuore al vicario di Cristo.

Parlando super partes (anche perché fino a oggi il Vaticano si è ben guardato non solo dal finanziare la FAO ma persino di aderirvi come paese membro), Joseph Ratzinger ha tuonato contro l’indifferenza e il cinismo delle società industrializzate colpevoli di “opulenza e spreco”, ricordando “che è necessario coinvolgere le comunità locali nella decisioni sulla terra coltivabile promuovendo l’agricoltura non per il profitto fine a se stesso, per egoismo, considerando il cibo alla stregua di tutte le altri merci”, svelando, infine, e questo è l’aspetto che meraviglia di più nel discorso del pontefice “che il cibo è un diritto di tutti e che la Terra può nutrire tutti i suoi abitanti perché non c’è un nesso cusa effetto tra la crescita della popolazione e la fame”. Dichiarazione, quest’ultima, figlia dell’esempio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci e sicuramente più attraente, in un mondo di terreni aridi e di contadini costretti a svegliarsi alle 4, che promuovere lacrime, sudore e fertilizzante.

Non c’è un nesso, dunque, tra crescita demografica e cibo, secondo Ratzinger. Più bocche da sfamare non possono essere un ostacolo, basta produrre di più, non distruggere cibo per scopi speculativi (come succede nei paesi ricchi, per tenere alti i prezzi) e non sprecare, non buttare nel cestino. Imbarcare su una nave il surplus, magari regalarlo perché i paesi poveri non hanno reddito (sia fatto notare che se io vado al mercato le zucchine gratis non me le danno, neanche l’ortolano più santo del mondo).

Ma davvero non c’è il nesso? Davvero è solo un problema etico e distributivo?

Oggi il numero di persone che soffrono di fame è lo stesso, in percentuale, del 1990. Se consideriamo l’Africa la popolazione complessiva è aumentata dai 600 milioni di abitanti nel 1990 fino ai 900 milioni di oggi: ci sono 300 milioni di bocche da sfamare in più. Dato che l’agricoltura e il libero mercato hanno fatto progressi – nonostante gli speculatori che evidentemente hanno lasciato fare – di queste 300 milioni di nuove bocche, se teniamo buono il discorso della percentuale immutata, almeno 4 su 5, 240 milioni, riescono a beneficiare dell’aumentata produttività dell’agricoltura mondiale e mettere qualcosa sotto i denti, mentre abbiamo almeno 60 milioni di nuovi individui che soffrono per fame. Per parafrasare il celebre proverbio di Trilussa questi 60 milioni di poveretti non dovrebbero soffrire statisticamente (la percentuale non è aumentata, come detto sopra); tuttavia la fame non è un male statistico bensì un male di stomaco, la sofferenza è indivudale, non collettiva.

Come si fa, caro Joseph (posso chiamarti così) a non trovare il nesso se l’aumento demografico, in un continente endemicamente sottosviluppato come quello africano, è del 50% in soli 20 anni? In un’area geografica storicamente svantaggiata per le colture primarie a causa del clima? Prendiamo l’esempio dell’Egitto che nel XX secolo ha visto esplodere la sua popolazione fino a 80 milioni (come la Germania) per un paese che ha un’area coltivabile di solo il 3%, concentrata nella Valle del Nilo. Un paese che raccoglie il poco grano che produce in inverno e che mangia panino kebab da mattina a sera. L’Egitto dipende fortemente dalle importazioni di grano (mentre è un esportatore di riso) non perché ci sia un complotto demo-plutonico-industriale ma perché se raddoppia la popolazione e nel deserto africano non c’è più uno straccio di area verde finisce che devi importarlo da fuori. Punto. E dipendere dalle importazioni vuol dire essere in balia del buono e cattivo tempo dai mercati, soprattutto quando paesi che hanno un boom demografico simile (Cina e India, per dire) finiscono per imporre dazi all’export di grano per calmierare i mercati interni e nutrire i propri cittadini e a te, fratello africano, tocca comprare il grano dagli unici esportatori rimasti che sono i produttori di sovrappiù. Oggi il 25 % delle esportazioni di grano mondiale vengono dagli USA, il 15% dal Canada, il 13% dalla UE, il 9% dalla Russia. Seguono grossi produttori singoli come Ucraina e Argentina. L’Africa invece è un grande importatore di frumento, perché non riesce a soddisfare la richesta proveniente dai suoi 900 milioni di abitanti, dai paesi nordafricani come l’Egitto, la Libia, l’Algeria così come dai fratelli dell’Africa Nera, che la valle del Nilo nemmeno ce l’hanno. E oggi i prezzi del frumento stanno risalendo sui mercati in maniera decisa, dopo la caduta dai massimi del 2007. Sarebbe in balìa l’Africa dei mercati alimentari, se avesse metà della popolazione? Certo che no. Ecco il nesso tra cibo e demografia.

La speculazione sui mercati internazionali fa la sua porca figura, non va negato. Nel 2007 si arrivò al picco delle quotazioni del grano perché dopo la bolla immobiliare gli operatori finanziari stavano cercando di scalare il “silos virtuale” del frumento mondiale e trovare nuovi terreni su cui moltiplicare i guadagni della moneta abbondante e dei derivati abbondantissimi. Ma le bolle si gonfiano e scoppiano. I prezzi salgono e poi scendono. Oggi i prezzi del grano sono gli stessi del 2004, è aumentata la variabilità nel breve periodo, aumentano le montagne russe e la percezione degli aumenti ma, alla fine, la regola semplice della domanda dell’offerta è l’unica che spiega le cose. E la domanda dipende dalle bocche da sfamare, una funzione lineare e ovvia, trattandosi di un consumo primario. Il trend di lungo termine, oggi, è di una crescita dei prezzi dei beni alimentari perché la popolazione sta crescendo a una velocità iperbolica mentre la produttività agricola non riesce a tenere il passo. La speculazione cavalca i trend, li amplifica nel breve, ma nel lungo termine tutto torna, anche i prezzi. Ecco, ancora, il nesso. Dato che l’Africa si è messa nei guai da sola, facendo esplodere la domanda mondiale di prodotti alimentari e diventando di fatto grande importatore, l’unico modo per uscire dal “buco della fame” è ridurre la domanda interna o aumentare la produttività dell’offerta locale (ci sono diversi progetti sperimentali, alla maniera israeliana, di fare agricoltura nel deserto). E per ridurre la domanda interna non c’è altro mezzo che il controllo demografico, da attuarsi non con una pallottola alla testa – modello cinese – ma con la promozione di una classe medio-borghese, emancipata, con un tenore di vita sufficiente da non considerare la procreazione una specie di roulette russa della discendenza, per ridurre il numero di figli per madre dall’attuale 5,8 a percentuali più americano-europee (1,9 figli). Operazione possibile se i proventi delle materie prime (gas, petrolio, minerali) venisse investito dai governi nello sviluppo di un tessuto industriale e dei servizi e non imboscato in Svizzera o investito nelle multinazionali, ricchezze concentrate e gestite a livello delle varie famiglie regnanti, a titolo personale. Sport in cui si distingue proprio quel pittoresco dittatore libico amico dell’Italia che continua a tuonare contro i soprusi – passati – del colonialismo europeo, dimenticando i soprusi – attuali – suoi e dei suoi simili. Come Mugabe.

Anche i paesi esportatori devono fare la loro parte, incrementando l’offerta mondiale di prodotti alimentari che possano essere venduti a prezzi adeguati nel lungo termine, ai paesi africani. Soprattutto la UE può fare di più, dato che negli ultimi anni la politica agricola comune si è piuttosto orientata alle sovvenzioni ai contadini per la distruzione del prodotto e conseguente supporto artificiale di prezzi come sostegno al reddito nelle campagne. Tanto che ormai i contadini guidano il SUV anche se il raccolto è andato male. L’Europa, vincendo i suoi pregiudizi protezionistici sul reddito agricolo, potrebbe incrementare la sua esportazione, soprattutto in una regione geograficamente vicina, come l’Africa.

Quanto al papa, anche lui potrebbe fare la sua parte invece di negare l’unico nesso certo tra offerta di beni scarsi e proliferazione incontrollata della domanda di cibo. Intanto ci sarebbe quella storia da fanatici, quella roba dei profilattici, che potrebbe essere culturalmente apprezzata nelle famiglie africane se il Vaticano togliesse il suo veto ideologico all’atto sessuale senza procreazione. Aiuterebbe a fare un figlio in meno, per sfamare gli altri quattro. E poi, coerentemente con la giusta critica all’Occidente che distrugge il grano per profitto avrebbe potuto incontrare personalmente quei 300 agricoltori siciliani con i trattori che proprio mentre lui teneva il suo discorso nell’area gremita del summit FAO, bloccavano per protesta il traffico della capitale per rivendicare anche per i vigneti gli stessi contributi pubblici che ricevono già per i campi coltivati a grano. Contributi a fondo perduto che servono a sostenere il reddito producendo di meno, in barba alle oscillazioni dei mercati, riducendo il rischio personale a carico della collettività e del mancato export al bambino africano.

Ecco, la prossima volta ci parli lui, il papa, con gli agricoltori siciliani.

E sarà stato utile anche lui.

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Wed, 18 Nov 2009 12:32:13 GMT
Lifestream (17/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/Dv54vbVPi24/ (di Gianluca Neri)
Questa sera, dietro i microfoni di Macchiaradio: Matteo Bordone, Lorenzo De Marinis, Laura Carcano, Paolo Landi,… http://ff.im/-bxU0G [gianlucaneri]
Mi sarebbe piaciuto, ma no, non ce la faccio a farne un post. La serie era questa: [pic] http://ff.im/-bxZjE [gianlucaneri]

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Tue, 17 Nov 2009 00:26:04 GMT
Poi dice che io sono arrogante. http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/RFDwiM68ONE/ (di Filippo Facci)

Il 6 novembre Il Fatto aveva sparato in prima pagina: «Primi in Europa», «Secondo i dati europei l’Italia consuma la più alta quantità di coca». Dettaglio: non era vero, e infatti gli altri quotidiani spiegavano che in Europa eravamo terzi, non primi.

Certo, tutta la stampa aveva fatto un po’ di casino:

1) Il Fatto, in prima pagina, titola «Cocaina, primi in Europa»;

2) il Corriere della Sera, a pagina 15, titola «Cocaina, Italia tra i primi cinque paesi» e pubblica un grafico in cui si vede che l’Italia è al terzo posto, non al primo;

3) Repubblica, a pagina 27, ricolloca «l’Italia al terzo posto come consumi» e tuttavia titola «L’Italia ha il primato europeo del consumo di cannabis»;

4) Avvenire, a pagina 5, pubblica un grafico dove il consumo di cannabis vede l’Italia non al primo, ma al secondo posto;

5) secondo Il Fatto, poi, a pagina 2, «il 2,2 per cento degli italiani fa uso di cocaina»: farebbero circa 1,32 milioni di italiani; secondo il Messaggero, in prima pagina, «Sette italiani su cento la sniffano»: farebbero circa 4,2 milioni di italiani; secondo il Corriere, infine, in prima pagina, «Un milione di italiani ha provato la cocaina».

Tuttavia l’allucinazione è solo del Fatto, a ben vedere: primi e non terzi, scriveva.

Cambierebbe anche poco, capirai: il problema è se, come il Fatto, neghi ogni errore pur di difendere la simpatica Lavinia Borromeo, nota precaria e autrice dello svarione.

Sentite l’arroganza di Travaglio, semplicemente abituato a fare sempre così: «Quando è uscito il rapporto dell’Osservatorio europeo, la Borromeo non s’è limitata a prendere per buoni i dati come han fatto gli altri giornali, ma ha interpellato il sociologo Guido Blumir… Le ha spiegato che quei dati sono sottostimati… Quindi la classifica europea andava corretta».

Cioè: Blumir ha un parere diverso dall’Osservatorio europeo e allora Il Fatto falsifica i dati dell’Osservatorio europeo: a leggere l’articolo infatti sembra che sia l’Osservatorio a dire che l’Italia è primatista, mica Blumir che nell’articolo oltretutto parla d’altro. Della scemenza si sono accorti tanti lettori de Il Fatto che Travaglio ha liquidato così: «Ci scusiamo quando sbagliamo, non quando diciamo la verità. Mi dispiace per gli imbecilli». Sono i suoi fan.

Se volete capirne di più, ecco quello che ha scritto Travaglio su voglioscendere.it . Poi sbirciate anche i commenti.

***

Ancora due risposte al blog

Rispondo ancora una volta (sperando che sia l’ultima) sull’editoriale di Minzolini sulla manifestazione di Roma per la libertà di stampa e sull’articolo di Beatrice Borromeo sulla cocaina in Italia e in Europa. Su entrambi, non c’è nulla da rettificare. Basta leggere attentamente gli articoli.

… Veniamo ora alla Borromeo. Siccome seguo da vicino, quando posso, la confezione de Il Fatto Quotidiano, so bene come sono andate le cose. Del resto, basta leggere attentamente l’articolo per capirlo. Quando è uscito il rapporto dell’Osservatorio europeo sulle droghe (Oedt) con la classifica dei paesi più infestati dalla cocaina, la Borromeo non s’è limitata a prenderli per buoni e a sbatterli in pagina, come han fatto gli altri giornali. Ma, caparbia com’è, ha interpellato alcuni dei maggiori esperti del settore, fra i quali il sociologo e saggista Guido Blumir, perché la aiutassero a leggerli correttamente. Blumir le ha spiegato che quei dati, almeno per l’Italia, sono sottostimati: perché in Italia, quando vengono interpellati sull’uso di cocaina, solo i giovani rispondono sinceramente, mentre i consumatori più adulti e anziani tendono a negare; in più l’alto tasso di impunità di certi reati fa sì che le forze dell’ordine riescano a sequestrare soltanto il 5% della droga circolante, che a dispetto delle statistiche ufficiali ammonta a ben 100 tonnellate annue. Quindi la classifica europea andava corretta e, leggendo correttamente i dati dell’Oedt, l’Italia non risultava al terzo, ma al primo posto per il consumo di cocaina. Il Fatto Quotidiano non ha la pretesa di avere sempre ragione: commette errori, ma sempre in buona fede, tant’è che abbiamo – unici nel panorama dell’editoria – un’apposita rubrica intitolata “I nostri errori”. Nella quale rettifichiamo e ci scusiamo quando sbagliamo. Ma non quando diciamo la verità. Mi dispiace per gli imbecilli, ma dovranno farsene una ragione.

Ed ecco un esempio di replica di un suo fan :

http://ilnichilista.wordpress.com/2009/11/15/marco-travaglio-nella-polvere-la-domanda-di-un-imbecille/

Qui l’articolo originale di Beatrice Borromeo.

http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2373958&yy=2009&mm=11&dd=06&title=italiani_nella_polvere_nessuno

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Tue, 17 Nov 2009 00:04:07 GMT
Macchiaradio e il solito trans trans http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/us4puCQr-UI/ (di Gianluca Neri)

Questa sera, a partire dalle 21 su RadioNation 4, Macchiaradio torna per il solito trans trans a commento del Grande Fratello (ma anche no, a giudicare dalle ultime puntate).

Per ascoltare la puntata sarà sufficiente aprire Macchianera: andremo in onda in audio e in video.

Dietro ai microfoni (elenco in aggiornamento): Matteo Bordone, Laura Carcano, Lorenzo De Marinis, Paolo Landi, Gatto Nero, Marco Ghezzi, Paolo Madeddu, Gianluca Neri, Claudio Serena, Simona Siri, Simone Tolomelli. E ancora, probabili, Luca Bizzarri, Carlo Giuseppe Gabardini, Claudio Sterpone.

Chi perde la puntata potrà rifarsi con il podcast.

Se hai perso la puntata, puoi sottoscrivere il podcast di RadioNation ed ascoltarla in differita sul tuo PC o lettore Mp3 a questo indirizzo (o cliccare qui per aggiungerlo in iTunes).

Ecco cosa puoi fare:
Ascoltare la radio mentre continui a navigare (apre un piccolo player, così puoi uscire da questa pagina)
Chiamare in diretta via Skype (abbassando il volume della radio e avendo cuffie e microfono)
Entrare in chat via web
Entrare in chat via IRC (installa il programma necessario: Windows | MacOS | Linux )
Consultare il palinsesto di RadioNation su Google Calendar ( HTML XML ICAL )
Se vuoi interagire in diretta con il programma, entra nella chat IRC di RadioNation cliccando sul link “Continua a leggere…” sulla destra, oppure qui. Se invece utilizzi un programma in grado di collegarsi a IRC, è sufficiente cliccare qui. Se la volete a pagina intera (cosa consigliata, dal momento che la nuova finestra di chat è parecchio larga), cliccate qui.

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Mon, 16 Nov 2009 17:35:19 GMT
La settimana delle mani immolate alla cucina molecolare http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/Cl7PTe0aKNM/ (di Massimo Bernardi)

1 - “Cuoco prova l’azoto liquido e perde le mani”. Lo stupidario di Striscia la Notizia sulla cucina molecolare è vivo (di nuovo?) e lotta. Ma non insieme a noi. 196 commenti (quasi tutti) contro.
2 - Chiedere come cambiano le scelte alimentari in base alle preferenze politiche non fa sbadigliare, non sempre almeno. Metti che sei di destra e mangi come Obama. Atrocità, onta, ripulsa: corri a controllare.
3 - Vent’anni dopo il Muro. Questa settimana abbiamo ricordato com’era il cibo sopra Berlino.
4 - Nel nuovo libro di Aldo Cazzullo dal titolo vagamente razzista: “L’Italia de noantri. Come siamo diventati tutti meridionali“, la nuova star del giornalismo ha scritto che “gli italiani non hanno più voglia di lavorare”. E lo dimostra spiegando che la cucina nazionale è in mano agli immigrati.
5 - Bello è bello. Ma ogni protagonista impersonifica lo stereotipo del meridionale. Nel nuovo spot del caffè Illy ci sono perfino siciliani che dicono: “indennette”.
6 - Con il nuovo look Starbucks vuole farci credere di non essere Starbucks.
7 - Questa settimana vi abbiamo raccontato 30 anni di storia della tavola in 5 minuti. Nei panni del narratore, Stefano Bonilli, l’uomo che senza darlo troppo a vedere ha detto agli italiani quello che devono e non devono mangiare. Uno e Due.
8 - Compromesso storico nella nuova piramide alimentare. Per la prima volta viene detto agli italiani di mangiare la stessa quantità di carne e di legumi. Salgono le quotazioni del cibo integrale. Il vino non c’è ma sapere come si conserva magari torna utile.
9 - Occhio, le applicazioni dell’iPhone sono i libri di cucina del futuro.
10 - Cose mai viste 1) Matteo Renzi sommelier. 2) Michael Shumacher spiega perché alcol e guida non mixano. 3) La bottiglia di birra da 780 disgustosi euro.

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Sun, 15 Nov 2009 20:35:26 GMT
Lifestream (15/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/74I7rpn1hso/ (di Gianluca Neri)
Ma ’sti cazzo di russi, che caspita spammano a fare, che nemmeno si legge quel che scrivono? http://ff.im/-br44e [gianlucaneri]
Cazzo cazzo cazzo, niente Milano: http://www.francescoguccini.it/novembre2009.htm http://ff.im/-br4K9 [gianlucaneri]

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Sun, 15 Nov 2009 00:26:03 GMT
Direttissima http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/lG3WNYNGweg/ (di Mauro Biani)

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Sat, 14 Nov 2009 14:30:38 GMT
links for 2009-11-12 http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/lqgsRMYVBJY/ (di Gianluca Neri)

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Fri, 13 Nov 2009 06:04:07 GMT
TheClassifica 90 – including: i migliori album del decennio http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/xzuKpIm44R0/ (di Paolo Madeddu)

Bòn, mi lancio per primo coi dischi degli ‘00. Così fotto gli altri e domani si parlerà di me in tutto il mondo. Ma prima, l’attualità. Al n.1 Michael Jackson, al n.2 Carmen Consoli. Seguono Alessandra Amoroso, Michael Bublè e un’altra nuova entrata, Mina, pur bastonata da Ornella Vanoni (non senza argomenti interessanti, devo dire, per quanto tra le due sia sempre stato difficile indicare la più furbona). Al n.6 tiene Sting, imprevedibilmente incensato da Riccardo Bertoncelli su Linus. Poi, Madonna e (al n.8) la raccolta di Elio E Le Storie Tese. Non ricordo bene, ma potrebbe essere il loro miglior risultato in hit-parade, sempre che Pippo Baudo non abbia ritoccato anche le classifiche degli ultimi 20 anni. Rientra in top 10 Renato Zero (n.9), ne riescono (per ora) Ramazzotti, Gigi D’Alessio, Tiziano Ferro. Ne esce anche Valerio Scanu che precipita dal n.4 al n.15 – mai quanto Shakira, che tonfa al n.23. Chiude la top 10 Noemi. Entra in top 20 Sergio Cammariere (yawn, n.16). Ne escono i Bastard Sons Of Dioniso (n.21). Mancano la top 20 gli Slayer (n.26), Roberto Vecchioni (voless’Iddio, al n.28) e Massimo Di Cataldo (n.93 con Machissenefrega. Nomen omen). Prima di parlare dei dischi del decennio, di Michael Jackson e di Carmen Consoli, vi segnalo il disco dei Wolfmother al n.78. Tanto per segnalare. Fine della prima parte. Inizio della seconda parte.

In questi giorni ho visto, come tutti, un po’ di immagini di muro di Berlino che viene giù. Certe cose epocali paiono aspettare proprio la fine del decennio per succedere. Che so, Woodstock, la Luna, il caso Moro (il muro, il Moro). La morte di Michael Jackson potrebbe essere, simbolicamente (e finalmente) la fine degli anni 80. Lo so, a sentire Bulletproof di La Roux che spacca in radio, non si direbbe.

Curioso anche che certe cose succedano all’inizio di un decennio. La morte di John Lennon, le Twin Towers, la guerra del Golfo. Comunque, a me piace l’idea che MJ sia stato sfruttato da bimbo, da adulto, e poi anche da cadavere. Mi sembra una parabola edificante. E spiace che trovi limite in una banale sepoltura. Un giorno le ossa dei morti vip verranno legalmente messe in vendita: perché impedire che chi lo desidera veramente e può pagare, abbia il coccige della sua star preferita? Dove c’è un culto diffuso, è giusto che ci siano reliquie, e diffuse anche loro, tipo le ossa di San Benedetto: c’è il radio a Orléans, un perone a Pierre-qui-Vire, una falange dell’alluce sinistro a Notre Dame de la Garde, una rotula ad Aiguebelle, una costola ce l’ha fatta ed è a Parigi. Pensate cosa pagherebbe un devoto fan per il NASO di Michael Jackson. Tra l’altro, che Michelone (quasi bandito dalle radio negli ultimi 10 anni) sia l’artista del momento, non ci piove. Sul primato di This is it però c’è una polemica – diversi fans sostengono che la Sony abbia manipolato le immagini, segando quelle di sofferenza e alterando le musiche. Ho consultato l’estremamente affidabile Jackologo Ettore Albergoni, che mi ha detto: “Premesso che musicalmente questa è per me goduria, il film mostra solo un lato del suo stato psico-fisico. La Sony stessa, insieme ad AEG (promoter dei concerti londinesi), ha dichiarato che il film mostra solo lati positivi delle prove, trascurando ogni elemento che potesse mettere in cattiva luce il cantante. Tanto è vero che né a me né ad altri fans sono sfuggite evidenti modifiche a livello sonoro (per alcune canzoni – “Earth Song” di sicuro e forse anche “Billie Jean” – hanno preso il cantato di vecchie demo, sovrapponendole al filmato per dar un effetto “live”). Ci sono però anche momenti sorprendenti a livello vocale (”Human Nature” eseguita magistralmente, così come “I Just Can’t Stop Loving You”), non un particolare di poco conto per uno che nel suo ultimo tour faceva anche i saluti in playback. Il ragazzo inoltre si muoveva ancora con una certa grazia, di certo dei livelli altissimi per un 50enne. Ma fermo restando che si è trattato di omicidio (e una domanda, banale, rimane: perché?) lo stato di salute del paziente non era poi così confortante”.

Fine della seconda parte. Inizio della terza parte. Carmen Consoli. Non posso esimermi: new entry e al n.2, ditemi voi se posso glissare. Con quel monumento che le ha messo in piedi XL, poi. Per un disco micidiale. Musicalmente, intendo, perché i testi sono tra i migliori che abbia mai scritto. Anche se permane la sindrome da aggettivazione compulsiva che rende tutto pericolosamente simile alla parodia di Checco Zalone. Però gli arrangiamenti tradizionali da viaggio verso le radici, chepppalle, gente. L’unico momento di puro sganascio è quando appare CapireBattiato, che anche lui sembra sempre più Fiorello che lo imita.

No, okay: un pezzo realmente bello c’è, ed è Mandaci una cartolina. Ho la curiosa sensazione che nel nuovo Battiato non ce ne sarà nemmeno uno.

Fine della terza parte. Ok, eccoci qui. I dischi del decennio.

…stolti.

Ci avete creduto.

Ma come, dico io.

Siamo negli Zeri, non nei fottuti Settanta. Non esistono album del decennio perché non esistono più album, siamo nell’era dell’mp3, delle canzoni che potete cogliere come frutta dal ramo, scegliendo a seconda della vostro appetito e del vostro gusto, e voi volete ancora portarvi a casa tutto l’albero, compresi i frutti marci o immaturi, mangiando più di quello che vi può saziare. Una volta per tutte, il dannato album non è un romanzo, e nemmeno più una raccolta di racconti, perché oggi come oggi non ha una sua unità se non quella (a volte) di esser stato inciso nello stesso mese. L’unità, la coerenza, il filo conduttore, l’album-manifesto sono un retaggio antico, da concept album, da dischi incisi in un weekend a Berlino o a Muscle Shoals o in Giamaica. Lo so che i Green Day di turno lo fanno ancora, il concept album – padroni di farlo, ma non è quello che noi dovremmo aspettarci, da nessuno. Il Grande Disco Del Decennio non è arrivato, e non arriverà mai neanche nel decennio prossimo, mettetevi il cuore in pace. Un affastellato di canzoni (aka “album”) non è e non può più essere la fotografia di un artista in un determinato momento.

E del resto è evidente anche dai tempi biblici tra un disco e l’altro di ogni peso massimo e peso medio (e peso gallo) che è una routine che va stretta: i Radiohead lo hanno detto esplicitamente, miticoVasco e miticoLiga e tutti gli altri che accludono “l’inedito” alla raccolta o al live lo stanno già facendo nella sostanza. Anche i produttori sono sempre più raramente uno solo (gli U2 per l’ultimo hanno mobilitato oltre a Brian Eno anche Daniel Lanois e Steve Lillywhite – è come far allenare il Milan da Berlusconi, Sacchi e Leonardo assieme (ovviamente, Eno è Berlusconi).

Ciò non toglie che in questo decennio ci siano state canzoni straordinarie, e artisti eccellenti. Gli album mancano, ma pazienza. Facciamocene una ragione. La storia va avanti, anche dopo i muri.

Fine della quarta parte. Inizio della quinta parte. (ci siete rimasti male?)

(ok, allora la prossima volta rimedio) (niente album del decennio) (che tanto ve li daranno Rolling Stone e XL e pure rockol e forse anche soundsblog) (io invece, che sono oltre queste miserie, vi darò gruppi e cantanti del decennio) (e forse, anche le canzoni del decennio) (e insieme alle canzoni, i sorrisi) (sorridete) (this party’s over) (i’m going home)

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Fri, 13 Nov 2009 05:51:04 GMT
Lifestream (13/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/i2-d7vEeUjk/ (di Gianluca Neri)
Voting for @alydenisof best comedy actress and HIMYM as best comedy at People Choice Awards: http://tinyurl.com/yap37oe [gianlucaneri]
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Just nominated http://facebook.com/greatphone for Best Brand Use of Facebook http://mashable.com/owa #openwebawards [gianlucaneri]

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Fri, 13 Nov 2009 00:26:05 GMT
Lifestream (12/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/7vJKZ004cDU/ (di Gianluca Neri)
Gianluca Neri is now connected to Cristiano Siri http://ff.im/-bi47S [gianlucaneri]

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Thu, 12 Nov 2009 00:26:03 GMT
Vogliono. Reintrodurre. L’immunità. Parlamentare. http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/e9eDI5IOWu8/ (di Filippo Facci)

E’ assurdo.

Umberto Bossi la chiamerebbe «nemesi storica»: lui del resto c’era, e c’erano pure Roberto Maroni, Ignazio Larussa, Maurizio Gasparri, Gianfranco Fini e tanti altri anche della sinistra. C’era soprattutto l’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano: fu lui a officiare la cerimonia parlamentare che diede il colpo di scure all’articolo 68 della Costituzione, ciò che cancellò la famosa autorizzazione a procedere da concedersi dopo aver vagliato un possibile «fumus persecutionis» dei magistrati.

L’articolo 68 con fu riformato una votazione bulgara: 525 sí, 5 no e un astenuto alla Camera; 224 sí, nessun no e 7 astenuti al Senato. Relatore della riforma: un giovane forlaniano di ferro, Pierferdinando Casini. La riforma sarà approvata definitivamente il 20 ottobre dello stesso anno: il che, trattandosi di riforma costituzionale, significa che andarono a tremila all’ora.

L’autorizzazione a procedere di per sè rimase: e rimane, ancor oggi, per richieste di arresti, perquisizioni, intercettazioni e supposti reati di opinione. La parte espunta, per farla breve, coincise con quella che una parte del centrodestra ora vorrebbe reintrodurre.

Credo sia il caso di raccontare come andò in quel 1993, però.

***

Bettino Craxi, il 24 gennaio, aveva preso la parola alla Camera per chiedere l’istituzione di una commissione di inchiesta che indagasse sul finanziamento illecito ai partiti negli ultimi vent’anni, ma la proposta era caduta nel vuoto. Troppo tardi: il Paese stava per precipitare in un vortice senza fine. Il 29 gennaio la Procura di Milano ordinò sette arresti, spedì sei avvisi di garanzia pesantissimi e mandò a perquisire la sede del Psi di Via del Corso: «Terremoto tangenti sui partiti» titolò il Corriere parlando addirittura di «giorno più teso della Repubblica». Non avevano ancora visto niente.

Il 19 febbraio, tra Roma e Milano, ci furono trentacinque arresti in un solo giorno: due ministri, Francesco De Lorenzo e Giovanni Goria, si dimisero rispettivamente dalla Sanità e dalle Finanze. Il ministro Franco Reviglio, che aveva sostituito Goria, dovette lasciare il 29 marzo per via dell’inchiesta Eni. Era il settimo ministro del governo a doversi ritirarsi per lo stesso motivo.

Così, il 22 aprile, si dimise anche Giuliano Amato. Al suo posto fu designato il «tecnico» Carlo Azeglio Ciampi, già governatore della Banca d’Italia. Il governo, per la prima volta nella storia della Repubblica, era guidato da un non parlamentare e ospitava tre ministri del Pds.

Ed eccoci al 29 e 30 aprile, i giorni dell’assedio all’Hotel Raphael e del linciaggio come estetica rivoluzionaria. Uno dei discorsi più belli e drammatici della storia della Repubblica, purtroppo, coincise con la morte politica di chi lo pronunciò.

Craxi scrisse quel discorso a Monte Mario, a casa di un’amica. Il discorso pareva funzionare, ma il calcolo dei voti pro e contro non lasciava scampo. Antichi favori andavano nella direzione di un appoggio segreto dei Radicali e della parte di Rifondazione comunista legata ad Armando Cossutta e al Manifesto, ma non bastava. Mancavano almeno 58 voti.

Il 29 aprile Craxi si affacciò alla Camera vestito di blu e con una cartellina rosa sotto braccio. Il relatore della giunta per le autorizzazioni a procedere, il democristiano Roberto Pinza, stava già spiegando che personalmente era favorevole a tutte le autorizzazioni del caso. Le tribune erano affollate da una dozzina di emittenti straniere tra cui una televisione messicana. Si vedevano Paolo Liguori, Giuliano Ferrara, Emanuele Macaluso e Luca Josi, fedelissimo di Craxi.

Prima dell’intervento del leader socialista ce ne furono un’altra decina senza particolare gloria. Marco Pannella, dopo una serie di subordinate senza ritorno, disse che avrebbe votato a favore delle autorizzazioni. Craxi a quel punto si voltò verso le tribune e allargò le braccia come a dire che era finita. A favore delle autorizzazioni si dissero poi anche il verde Mauro Paissan, il missino Filippo Berselli, il leghista Luigi Rossi e il diessino Giovanni Correnti. Craxi intanto stava sempre seduto, talvolta distratto. Poi toccò a lui, e l’aula si gremì. Gianfranco Fini rientrò in aula, Achille Occhetto preferì restare fuori.

Dello straordinario silenzio che seguirà, per 54 minuti, si farà letteratura.

Craxi ricamò attorno alle sue 39 cartelle. Cercò di inaugurare una Grande Confessione cui nessuno darà seguito: «Craxi aveva capito»‚ ammetterà anni dopo anche il procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, «e avrebbe favorito, forse, una soluzione seria, ma fu vittima di un meccanismo perverso con i partiti che volevano approfittare delle disgrazie altrui».

Il leader socialista ammise le continue violazioni della legge da parte di quasi tutte le forze politiche, e denunciò la criminalizzazione dei partiti rispetto a fatti di corruzione personali:

«La vicenda dei finanziamenti illegali ha accompagnato le vicende italiane dal dopoguerra: il fatto che tutto questo avvenisse senza l’insorgere di clamorose contestazioni e denunce, senza particolari conflitti… significa che il sistema in funzione, e le sue irregolarità, non solo erano in principio riconosciute: ma erano contestualmente accettate e condivise, almeno dai più… E’ un sistema cui hanno concorso tutti i maggiori gruppi industriali del Paese, privati e pubblici, gruppi e società influenti anche sui mercati internazionali… Di questi tutto si può dire, tranne che siano state vittime di una prepotenza, di un’imposizione, di un sistema vessatorio ed oppressivo di cui non vedevano l’ora di liberarsi».

Poi il passaggio che cristallizzò la platea:

«Non credo che ci sia nessuno, in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro».

Quel giorno ne sarebbe bastato uno solo, di scemo disposto ad alzarsi: ma il Parlamento aveva esaurito anche quelli.

Il voto fu una scheggia: la voce del presidente Giorgio Napolitano scandì la concessione di due autorizzazioni a procedere su sei: sì alle indagini per corruzione a Roma e per finanziamento illecito a Milano, no per corruzione «in luogo non accertato» e per il reato di ricettazione. Dopo un attimo d’incertezza, partirono applausi sarcastici da missini, leghisti e dalle sinistre.

Lo spettacolo stava per cominciare. Striscioni, mazzi di volantini furono gettati tra i banchi, un deputato leghista incrociò le braccia simbolizzando le manette, e furono pugni battuti sui banchi, «Ladri di regime», «Mafiosi», il presidente della Camera ordinò di sgomberare le tribune, il socialista Giulio Di Donato lanciò un fascicolo verso Leoluca Orlando, un altro socialista, Giacomo Maccheroni, venne trattenuto dai colleghi mentre si scagliava contro Nando Dalla Chiesa.

Tutti i volantini e i cartelli di protesta erano già preparati, dunque preventivati. Il democristiano Francesco D’Onofrio fece capire che i voti a favore di Craxi erano giocoforza venuti anche dall’opposizione, e Gianfranco Fini perse la calma: «Se dici queste cose sei un mascalzone, siete dei ladri che avete difeso altri ladri». Più tardi annuncerà una lettera a Francesco Saverio Borrelli in cui esprimerà «solidarietà e sincero apprezzamento», e soprattutto auspicherà che sia superato «l’inammissibile scudo dell’immunità parlamentare». In quelle ore, del resto, lo chiesero un po’ tutti.

La sinistra ritirò il sostegno al governo Ciampi alle 20 e 22: il nuovo Consiglio dei ministri non si era neppure insediato. Il verde Francesco Rutelli era stato ministro dell’Ambiente per poche ore, tanto che Carlo Azeglio Ciampi sarà costretto a un rimpasto prima ancora di aver ricevuto la fiducia dalle Camere. Presto il voto segreto per le autorizzazioni a procedere verrà abolito, e i lavoratori, il 1° maggio, l’unica festa vorranno farla a Craxi.

Dirà Giovanni Pellegrino, Ds, allora presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere del senato:

«Noi della sinistra consentimmo che venisse cancellato l’istituto dell’autorizzazione a procedere, strumento a tutela dell’autonomia del potere politico rispetto al potere giudiziario. E si aprì la strada alla mattanza di partiti di governo. Avevamo una sponda al Quirinale, e l’ansia di raccogliere i frutti sul piano elettorale era tale che facemmo in modo che quel Parlamento venisse sciolto anticipatamente».

Eppure, quel 29 aprile, Bettino Craxi ancora non sapeva che cosa l’avrebbe atteso l’indomani. Cenò al Raphael, tranquillamente, con pochi fedelissimi e con la donna che amava. Sembrava tutto normale.

La stanza di Craxi non aveva l’affaccio sulla strada, ma si sentiva lo stesso un certo trambusto: «Cos’è questo casino?», chiese. Era il 30 aprile e il casino era che in tutte le città d’Italia c’erano migliaia di manifestazioni contro di lui. C’erano occupazioni e presìdi e sit-in e proteste, i centralini del Parlamento e dei quotidiani erano ingolfati di strepiti, le forze politiche facevano a gara nell’improvvisare comizi, la sua casa milanese era assediata, Montecitorio era circondato di bandiere striscioni, Piazza Colonna era sigillata dalla Polizia, i commercianti avevano svuotano le vetrine per protesta, la sedi socialiste e democristiane dello Stivale erano presidiate come ai tempi del terrorismo, il missino Riccardo De Corato si era ammanettato davanti all’ufficio craxiano di Piazza Duomo, nella stessa piazza già rumoreggiavano centinaia di persone, il fido Ugo Intini che era stato preso a sassate durante un’intervista, i verdi milanesi tiravano monete e oggetti vari contro la sede socialista di Corso Magenta, decine di università, per esempio a Venezia, erano state occupate dagli studenti anche con l’appoggio dei rettori.

Succedeva questo. Il presidente dei giovani industriali Aldo Fumagalli chiedeva a di manifestare «contro una delle pagine più nere della storia», il cardinal Martini invitava i cittadini alla «veglia dei lavoratori», l’Arci parlava di «scempio delle istituzioni democratiche», la Lega delle Cooperative di «rischio per la tenuta democratica del Paese», i metalmeccanici proclamavano due ore di sciopero, i liceali saltavano le lezioni, Repubblica aveva il titolo più grande della sua storia: «Vergogna, assolto Craxi», con Eugenio Scalfari a scrivere che «Dopo il rapimento e l’uccisione di Moro, è il giorno più grave della nostra storia repubblicana. Forse c’è addirittura un filo nero che lega uno all’altro questi due avvenimenti».

Il filo, nel frattempo, aveva lo spessore di una corda. Giorgio Forattini la disegnò annodata al piede di un Craxi raffigurato a testa in giù, come a piazzale Loreto. In basso a destra, sempre sul quotidiano di Scalfari, si annunciava un comizio di Achille Occhetto in Piazza Navona, ore 18.

Silvio Berlusconi, intercettato vicino all’Hotel Raphael da una sua tv, non badava ancora ai consensi: «Sono amico di Bettino da vent’anni, e da amico, personalmente, sono contento per lui: mi sembra che basti. Che rispetto potrei avere di me stesso, se dovessi voltargli le spalle nel momento della cattiva sorte?». Intanto Paolo Bonaiuti, suo futuro uomo-ombra, scriveva un violentissimo editoriale contro Craxi sulla prima pagina del Messaggero.

Bettino Craxi cominciò a intuire che qualcosa non andava alle sei del pomeriggio: a Largo Febo, dove c’è il Raphael, riecheggiava il comizio di Piazza Navona. Il cielo si stava abbrunendo e intanto davanti al Raphael c’era sempre più gente, perlopiù reduci dal comizio.

Tra i poliziotti che entravano e uscivano dall’Hotel era palpabile una certa insofferenza. Forse sarebbe bastato bloccare le vie d’accesso all’albergo, ma ormai era tardi, la folla s’ingrossava ogni minuto. D’un tratto si udì boato: era finito il comizio di Occhetto ed ecco giungere davanti all’Hotel ancora più gente, arginata malamente da solo due cordoni di celerini.

Era quasi buio e la folla gridava «Sei fi-ni-to, sei fi-ni-to”», «su-i-ci-dio, su-i-ci-dio». I poliziotti, nella hall, cominciarono seriamente a temere di non poter controllare la situazione. Nicola Mansi, l’autista di Bettino, fece da tramite tra loro e Craxi che era ancora nella sua stanza. Un tizio in borghese provò con Luca Josi, l’uomo più vicino a Craxi in quel periodo di sventura: «Deve convincerlo a uscire dal retro». In effetti c’era una piccola uscita, sul retro. «Glielo dica lei», rispose Josi.

D’un tratto si sentì un botto: Craxi era uscito dall’ascensore dando un calcio alla porta. Si mise a posto la cravatta e si avvicinò a un gruppo di turisti: «Scusate il casino». Si avvicinò alla vetrata con un sorrisone beffardo e attraversò un nugolo dei poliziotti che aprì come le acque di Mosè: «Dicono che dovresti uscire da dietro», gli disse Nicola. Craxi si voltò di tre quarti e chiese soltanto: «La macchina è pronta?». «Sì». «Bene». Un attimo di pausa. «Allora andiamo».

Craxi diede un calcione alla porta, tipo uscita dal saloon, e fu un esplosione. La sera era illuminata a giorno dai flash e dai faretti delle telecamere, a guardarla in televisione sembra primo pomeriggio: sulla Thema marroncina salirono lui, Nicola alla guida e dietro Luca Josi e il fotografo Umberto Cicconi. Volarono urla, sassi, monetine, accendini e anche un ombrello. Cicconi sanguinò dalla testa, Josi si prese qualcosa in un occhio, Craxi sorrideva. Pugni sul vetro, colpi di casco, sacchetti di sassi sulla carrozzeria, nessun filtro tra l’auto e i dimostranti, i poliziotti erano tutti spersi o travolti. Craxi sorrideva rivolto al finestrino.

Ha raccontato la giornalista Rai Valeria Coiante:

«Eravamo a Piazza Navona, c’era la manifestazione del Pds, facevo le mie interviste di routine. Arriva la notizia: negata autorizzazione a procedere per Craxi. Si avvicina il collega Fabrizio Falconi del Tg4: “Andiamo al Raphael, si sta radunando un sacco di gente”. C’eravamo solo noi, quel giorno, io col mio operatore e lui col suo. A un certo punto il cordone dei poliziotti mi allontana dall’operatore, io comincio a dargli istruzioni col microfono, lui era in cuffia, era l’unico modo per comunicare con lui in quel casino: “Rimani sempre acceso, prendi tutto, fammi quelli coi cartelli e con le mille lire… La folla urlava sempre di più, un mare di persone si riversava nel vicolo stretto, la polizia infilava i caschi e parava gli scudi. Craxi esce dal portone, esplode un boato, “Eccolo eccolo” urlo nel microfono, mi abbasso e supero il cordone di polizia, corro verso la macchina di Craxi. Vengo investita da una tonnellata di metallo in tondini, monete, “stanno tirando di tutto! Pezzi di vetro, monete, tirano di tutto!”… La sera, in montaggio, mentre ero lì che assemblavo il pezzo e pulivo la pista audio, entra in sala Gianni Minoli. “Fammi vedere”. “Aspetta, sto levando l’audio e sto mettendo gli effetti”. “No, fammelo vedere così”. Va be’, penso io, la voce la levo dopo. “Ok, è incredibile. Perfetto. Va bene così, non toccare niente”. “Ma sembro ‘na pazza… fammi levare almeno dove sfondo i livelli”. “Non se ne parla, va in onda così”. Fece sette milioni di telespettatori al primo passaggio».

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Wed, 11 Nov 2009 13:31:35 GMT
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Wed, 11 Nov 2009 00:26:01 GMT
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Tue, 10 Nov 2009 10:33:32 GMT
lapiccolacuoca, da FriendFeed http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/rVR9Ie_oMAw/ (di Gianluca Neri)

Tanto lucido pensatore. Eppure quando si mette al volante si trasforma in emerito pirla, come quasi tutti quelli che conosco, del resto.

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Tue, 10 Nov 2009 08:25:15 GMT
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Tue, 10 Nov 2009 06:04:29 GMT
Lifestream (10/11/09) http://feedproxy.google.com/~r/Macchianera/~3/LWhd9B8nIrQ/ (di Gianluca Neri)
Mi è caduto un mozzicone di sigaretta sul tasto "N" della tastiera dell’EEE pc. Qualcuno sa dove vendono i tasti "N"? http://ff.im/-bbvN1 [gianlucaneri]
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Io questa cosa del nastro giallo mica la capisco. E non voglio con questo dire che non sono d’accordo con il… http://ff.im/-bcA2p [gianlucaneri]

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Tue, 10 Nov 2009 00:26:06 GMT